Sono la passione e l’istinto femminili i moventi principali del film, quelli che fanno sentire ed agire Ada, una giovane donna scozzese, che viene mandata in Nuova Zelanda da suo padre, che ha combinato un matrimonio per lei.
Ada è muta dall’eta’ di sei anni.
È il suo modo di ritirarsi dal mondo in cui vive, dominato dalle regole vittoriane di quel tempo.
Ma non si autoreprime anzi, trova un altro modo di comunicare col mondo: attraverso il suo pianoforte.
È un modo non convenzionale di esprimersi, e per questo un linguaggio più autentico, per conservare la propria identità.
Le espressioni dell’animo di Ada sono pure, non filtrate dai giochi verbali della seduzione e da regole di comportamento.
La comunicazione intensissima tra Ada e sua figlia è mediata dagli occhi, dalla tenerezza dei gesti e dall’alfabeto muto delle mani.
La più grande intesa si dovrebbe instaurare tra Steward, Ada e la figlia Flora, dato che provengono dalla stessa cultura e sono simili nelle movenze e negli abiti. Ma la vera intesa si stabilisce tra chi non parla o parla altre lingue, tra chi nel gioco di sguardi e di silenzio intuisce ciò che le parole nasconderebbero.
È Baines, non suo marito Steward che le restituisce il piano e perciò il corpo della sua voce e anima, salvandola e liberandole la sua passione. Ed è il grande coraggio e la forte volontà di Ada che le permettono di seguire l’istinto ed il suo desiderio rischiando il furore di suo marito, che rappresenta le regole vittoriane.
E qui la storia tocca un grande argomento del romanticismo: il conflitto tra la natura e la cultura, tra l’essere ed il dover essere, il primitivismo e la civilizzazione e tra l’istinto e la sensazione.
Tutto il film la Campion ce lo presenta in chiave romantica.
Ma è un romanticismo reinterpretato da lei.
Si è ispirata a Cime tempestose di E. Brontê.
Il romanticismo è stato mal compreso dalla nostra epoca ed in particolare dal cinema. È diventato qualcosa di grazioso e di amabile.
Ci si è dimenticati della sua violenza, del suo lato oscuro, il selvaggio, l’inquietudine, che vengono rispecchiati dal bosco neozelandese, fitto, pericoloso e selvaggio, il bush, l’immagine metafora perfetta del tumulto romantico e della conflittualità dell’animo, che ci rivela una dimensione magica.
Un altro aspetto del film che le è riuscito a meraviglia è il rovesciamento dei ruoli nella relazione tra uomo e donna.
Non è più la donna l’oggetto del desiderio, ma l’uomo. Ada non cerca di instaurare un affetto emotivo con suo marito, è soltanto l’aspetto sessuale che la interessa. Non lo vuole baciare, ma solo toccare, sondando il proprio desiderio sul corpo maschile. L’uomo si trova in una situazione in cui si è trovata la donna in questi ultimi secoli. Gli uomini non sono attivi, captano soltanto l’oscuro messaggio femminile e rispondono, ma non di più. Ada li fa agire, li unisce e li divide; non è più la donna che soffre per l’uomo, ma è lui che si ammala per amore.
L’immagine più forte di questo rovesciamento di ruoli è il momento in cui Baines gira nudo intorno al pianoforte mostrando allo spettatore anche il lato intimo del suo corpo, quello tenero, debole quasi molle.
Le presenze maschili del film non vengono messe in luce negativa come in tanti altri film della nostra rassegna. La Campion restituisce agli uomini un altro elemento che l’identità maschile dovrebbe rivalutare.
Alla fine del film veniamo posti di fronte un’ultima volta ad un conflitto romantico: quello tra la vita e la morte. Ada per sua volontà col suo pianoforte si lascia buttare in mare, ma molto vicino alla morte, nel silenzio del mare, in una dimensione interiore lontana dal mondo; la sua volontà ed il suo desiderio scelgono la vita. È una risurrezzione, una nuova nascita che segna il passaggio tra ciò che era e ciò che deciderà di essere.
Potrebbe sembrare un classico lieto fine, viene reso però più sfaccettato dall’inquadratura finale, che ci mostra uno spazio completamente mentale, reale corrispettivo visivo dell’interiorità espressa dalla voce narrante.
Il corpo di Ada in fondo al mare, sospeso sopra il piano, non è per lei un incubo, ma una parte di sé, forse la più profonda, la più intima.
Là sotto tutto è così fermo… silenzioso, che mi concilia il sonno. È una strana ninna nanna, ma è così, ed è mia.”
Concetti come “normalità” e “diversità” stereotipi come “bellezza” e “bruttezza”, codici come “natura” e “cultura”, “femminile” e “maschile”, non si pongono più come dicotomie irrisolvibili, assunti separati, opposti inconciliabili: si mescolano, ribaltano, integrano e di nuovo ribaltano per dar vita ad una visione altra dei fenomeni, dei sentimenti, delle relazioni.